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CONCLUSIONE
Se il nostro scritto arricchisce soltanto una esperienza culturale, bella, importante non siamo stati di supporto alla motivazione che la Scrittura ha di essere.
Come scrivevano i teologi e pastori de La Bible Annotée nel 1889: «Si può dire che questo libro è tra i libri ciò che il Figlio dell’uomo è stato tra gli uomini. È ciò che esprime il suo nome “Bibbia” o “il Libro”, parola che è propriamente un plurale greco (biblia – i libri) e che il latino del Medio Evo ha trasfor-mato in un singolare femminile, senza dubbio per indicare questo insieme di scritti come il libro per eccellenza, il mezzo indispensabile per ogni uomo per realizzare il proprio divino destino».
Tramite la sua rivelazione Dio vuole ristrutturare nell’uomo la propria immagine, ridare alla sua creatura la dignità originaria, riportarla ad avere una relazione reale e concreta con lui. Dio desidera che ogni individuo si riappropri del senso dell’eternità perduta e viva la realtà del suo presente nella sua pienezza, pur relativa allo squilibrio di questo mondo che non è il regno di Dio. La Scrittura è importante se essa diventa il mezzo per conoscere e sperimentare Dio nella propria vita.
Nella preghiera che Gesù ha fatto qualche ora prima di essere arrestato diceva, rivolto al Padre: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Cristo Gesù» Giovanni 17:3.
Gesù identifica la vita eterna con la conoscenza di Dio. A differenza di Socrate che insegnava: “Conosci te stesso, come prima cosa”. Gesù presenta come necessaria al bene dell’uo-mo la conoscenza del vero Dio e quella di se stesso, Gesù il Cristo. Da questa esperienza dipende la vita eterna, ma anche la presa di coscienza della propria identità.
Cosa significa conoscere il vero Dio e conoscere Gesù Cristo? Per la Bibbia la risposta consiste non in un sapere intellettuale, teorico di Dio, cosa che sanno anche gli stessi demoni, i quali però non possiedono la vita eterna (Giacomo 2:19), ma una conoscenza personale, vera, reale come avvie-ne tra due esseri che si amano, si capiscono, si comprendono, si unisco, si fecondano e fanno fiorire una nuova vita (Genesi 4:1). Avere questa conoscenza significa che già nel presente inizia l’eternità.
Queste parole del Signore si contrappongono a tutta quella realtà della vita che tende ad allontanare l’uomo da Dio, soprattutto dal vero Dio, dando una visione sbagliata di lui, di noi, del presente.
In tutta la storia delle persone hanno combattuto, contra-stato la nozione di Dio. Oggi questa prassi sembra così diffusa da essere generalizzata. O meglio, Dio non è più contrastato, si è verso di lui indifferenti, come se non esistesse.
Si può affermare che l’umanesimo, che dal XIV secolo giustamente ha cercato di rivalutare, qualificare e ridare grande dignità all’uomo, ma a causa di una overdose di autoesaltazione è diventato il più grande movimento che nell’elevare l’uomo lo ha messo al posto di Dio. Al centro dell’umanità, se non dell’universo stesso, c’è l’uomo. Dio è stato scalzato.
Il razionalismo, prodotto dell’umanesimo, ha dato valore alla ragione, ma ha sminuito, soffocato i bisogni del cuore e dello spirito.
Nel 1789, all’inizio della Rivoluzione francese, si è voluto togliere Dio, che strumentalizzato dal potere religioso, era considerato padrone e cause dell’indigenza del popolo.
Il 1798, con la deportazione di Pio VI in Francia, segnava la fine dell’egemonia papale. Si è voluto contrastare l’autorità assoluta per delegazione divina, ma il tumore continuerà a sussistere nella storia. Lo stesso Napoleone, pur autoincoro-nandosi alla presenza di questa autorità, rappresentata dai vescovi, dalla quale prendeva le distanze, nel 1801 firmerà un concordato con la Chiesa.
Nel 1842 Augusto Conte, nel suo corso di filosofia positiva, annunciava la venuta della felicità grazie alla nuova fede nella religione dell’umanesimo che escludeva il sopranaturale del quale non c’è più bisogno cercarlo, studiarlo e conoscerlo.
Nel 1843 Charle Darwin redigeva gli appunti del suo viaggio nelle isole Galapagos. La sua opera, L’Origine della Specie, vedrà la luce diversi anni dopo, nel 1859. La sua teoria eliminerà Dio dalla creazione e sarà l’elemento valido per giustificare e legittimare l’imperialismo coloniale dell’evoluta Europa sugli altri popoli che dovevano crescere.
Nel 1844 Karl Marx ed Engels, con il loro Manifesto, vollero dare dignità all’uomo perché strumentalizzato, da chi nel nome anche dei valori religiosi, era dominato. In seguito lo scritto diverrà il magna carta del comunismo. Nasceva così il materia-lismo dialettico. La religione formale, come già aveva detto un pastore protestante tedesco, era l’oppio dei popoli. La nozione di Dio veniva ad essere contrastata dal movimento più forte che l’umanità abbia avuto. La storia aveva già dimostrato che la strumentalizzazione di Dio aveva generato: “guerre sante”, crociate, violenze, torture, roghi, caccia alle streghe, inquisizio-ni, miserie indicibili, ma dimostrerà anche che l’uomo senza Dio continuerà lo stesso progetto con: gulag, luoghi di torture, crimini, ingiustizie, violenze, morte della speranza e altro ancora.
Nello stesso anno Bernardètte Subiroux riceveva la prima visione di Maria a Lourdes. Quell’incontro segnerà la storia moderna. Contribuirà a eclisserà la visione di Dio alla vista degli uomini. Il Dio della grazia, affinché faccia del bene all’uomo, ha bisogno dell’opera dissuasoria della madre del Figlio.
Nel 1848 le sorelle Fox, nello Stato del Maine, resuscitaro-no lo spiritismo, fenomeno che ha caratterizzato la storia del passato, dandogli il tocco della modernità. Si conferma, la voce dell’avversario che nell’Eden aveva suggerito che l’uomo non muore, perché è immortale come Dio. Il passo successivo è stato quello di presentare che l’umanità non ha bisogno di Dio perché come gli dèi, lei stessa è immortale. Oggi troppi pensano che Dio lo trovano in sé.
Così nel III millennio, l’uomo sapiens, che non deve credere nel Dio creatore guarda all’astrologia per attingere speranza.
A questi e ad altri avvenimenti si dovrebbero aggiungere movimenti di pensiero come l’anticlericalismo che ha rifiutato la religione come istituzione; l’anarchismo che ha rifiutano l’autorità politica e sociale; il materialismo che ha negato gli eventi sopranaturali; il nichilismo che ha rigettato l’assoluto di Dio, giungendo con Nietzsche ad affermare la sua morto; il razzismo che ha infranto quanto era rimasto della fraternità tra gli uomini; l’ateismo scientifico che ha negato Dio mediante una pseudo scienza; l’agnosticismo che ha negato l’interesse dell’uomo all’esistenza di Dio e altri ancora.[1] Dopo Auschwitz, Golgota dell’umanità sconcertata del XX secolo, per le violenze commesse, che in tanti altri luoghi continuano a essere fatte, gridano al cielo “vendetta”. A causa del suo silenzio, Dio è stato eliminato dalla storia.
In contrapposizione a tutto questo nel XIX secolo fiorirono le società bibliche con lo scopo di diffondere la Scrittura che alimentava anche, sul piano politico, in non pochi nostri compatrioti, la speranza della libertà e dell’indipendenza.
Se oggi nella nostra società tutte queste ideologie sembra-no tramontate nella loro azione attiva, i loro effetti sono comunque devastanti.
Nel pieno secolarismo del XXI secolo viviamo come se Dio non esistesse.
La nostra società post cristiana, post moderna, post industriale, post… di tutto, con l’aggiunta del relativismo, quale moderno e pericoloso idolo invasivo, si trova spogliata da qualsiasi nozione di verità. «Anche le fedi sono così entrate nell’infinito libero gioco delle opinioni che in qualche modo sentiamo paralizzare il corso stesso della storia. Non si dà più accesso ad alcuna verità ultima ma a un’infinità di verità penultime che non rispondono più alla sete che l’uomo reca nelle proprie viscere esistenziali, alle domande toccanti e decisive: tutto sta naufragando nel mare dell’opinabile».[2]
L’ateismo contemporaneo, non ideologico, ma di fatto, ancora più vero e pericoloso, affonda le sue radici nella cultura giudaico cristiana.
«Dostoevskij - ricorda Daniele Garota - ha sostenuta che non è possibile diventare atei senza prima esse passati attraverso una qualche fede in Dio: non ci si può allontanare da Dio, non lo si può rifiutare, senza averlo prima conosciuto in qualche modo. Non può essere ateo un uomo che non ha mai fatto l’esperienza del divino. Lo stesso bolscevismo che ha tentato di costruire, sia pure con i risultati catastrofici che oggi conosciamo, un mondo giusto e perfetto, pensando alle sorti degli umili e degli oppressi, radicalmente si ribellava alla religione proprio perché, come aveva intuito anche Kafka, era a sua volta una religione. E ciò vale anche per il fenomeno della tecnica: è svincolandosi dal timore pagano dei “demoni della natura” che si è potuto “costruire strade e installare linee telegrafiche e telefoniche”, ha giustamente sottolineato Berdjaev, “solo il cristia-nesimo ha reso possibile una scienza positiva della natura e una tecnica positiva”.[3]
Se da una parte si lamenta lo svuotarsi della chiese, dall’altra assistiamo allo spettacolo di funerali di Stato in Russia dove coloro che fino a ieri si dichiaravano integerrimi ateisti, s’inginocchiano, pregano e si fanno il segno di croce. Uomini noti per la loro antireligiosità vengono visti a un certo punto costretti al pensiero della loro fine e di Dio, di un qualche aldilà che li aspetti: è significativo che i funerali religiosi sono di gran lunga più richiesti dei battesimi per bambini. Pare insomma più difficile di ieri trovare un non credente che accetti di farsi chiamare ateo. Quelle visioni del mondo, quelle ragioni teoretiche e quei dogmatismi capaci di negare Dio con sicu-rezza, hanno fatto il loro tempo, al pari dell’altrettanto dogmati-smo e sicurezza tradizionale filosofica, che aveva la pretesa di provare l’esistenza di Dio. Entrambi i fronti sussistono ancora, certo, ma coloro che hanno il coraggio di aprirsi alla domande forti, che la modernità pone, non possono più appartenervi. Gli ancoraggi del passato rassicurano forse qualcuno, ma non possono reggere l’urto delle complessità sollevate da ciò che avviene sotto i nostri occhi».[4]
La fede viene oggi considerata come espressione di cultu-ra, di costume, espressione di civiltà di un popolo. Ieri il crede-re era una componente delle arti, da quella pittorica alla musicale, dalla scultura alla letteratura, avvolgeva la scienza e il sapere, oggi, per chi ritiene di conservarla, è considerata come facente parte del proprio patrimonio, delle proprie radici e tradizioni, che si aggiunge agli studi fatti e alle qualifiche acquisite. La religione, sempre più considerata come fattore culturale, ha perso il suo significato di verità, non tanto per il messaggio che essa può veicolare, buono o cattivo che sia, ma perché non è accettabile che la religione che ha lo scopo di religio, cioè legare a, riunire l’uomo con Dio, sia il risultato di una rivelazione, di una parola che la divinità ha espresso.
Per mancanza di un punto di riferimento, oggi come ieri assistiamo all’espandersi di grandi magazzini dove vengono messi in mostra le forme più svariate e avariate di paganesimo che si presenta come creazione moderna, rispondente ai bisogni del presente, ma che di moderno ha il linguaggio con il quale si propone ma corrisponde al dejà vu, al dejà entendu e a quanto di fallito è stato nel passato.
Agostino scriveva: «Straordinaria è la profondità delle tue parole![5] A tentarne lo sguardo fa venire i brividi… ».[6]
Oggi questa Parola non provoca nulla di tutto questo; né stupore, né brividi, né ammirazione, perché si pensa di conoscerla e pochi, troppo pochi si pongono al suo ascolto. Sebbene questa Parola faccia parte del patrimonio culturale dell’Occidente, abbia ispirato i valori che ci caratterizzano, anche se non vissuti, abbia stimolato nel bene e nel male il bisogno di sapere e di capire, abbia collaborato a costituire gli ideali di civiltà, nel nostro tempo questa parola evangelica sembra che non abbia più una forza innovatrice, non faccia parte delle grandi domande della vita, non sia incisiva per l’uomo, non lo inquieti più.
Da sempre l’uomo ha lavorato per la pagnotta. Le necessi-tà quotidiane l’hanno stimolato nel risolverle. Ha costruito il proprio futuro vivendo il presente. Ha guardato al domani cercando una risposta, credendo in uno scopo, sperando in una utopia che diventasse realtà.
S. Kierkegaard, nel XIX secolo, riflettendo sul perché gli uomini siano così portati alla superficialità delle cose, comple-tamente dimentichi di ciò che davvero conta, raccontava che su una nave c’era un solo megafono e con il consenso di tutti il garzone di cucina se ne era impossessato. Solo la sua voce era sentita per annunciare quando e cosa si mangiava. Anche per altre comunicazioni solo lui parlava. Col tempo, la rotta, i pericoli che potevano esserci non interessavano più. La voce del capitano aveva cessato di farsi sentire mentre col trascor-rere dei giorni, il garzone di cucina, deteneva il comando della nave perché lui aveva il megafono.
«Dove va a finire questa povera nave non interessa più a nessuno, ci si accontenta dell’immediato benessere, del pacifi-co conciliarsi con la piatta banalità del flusso dei media. È l’èra del dominio della pubblicità e degli slogan che in ogni momen-to sono lì a dirci: nulla va preso sul serio. La notte in cui siamo precipitati, nera come il buio cosmico, è fatta di mortale indifferenza: non ci sia più senso, non si siano più vere ragioni per vivere. Il vero dramma di Dio e dell’uomo oggi è tutto riflesso nel Vangelo di Luca, ma senza lieto fine. Il padre attende invano quel figlio che non ha più nostalgia di lui, che non percepisce più la miseria in cui è caduto, che non ricorda più come si stava nella casa del babbo. E tuttavia un fugace, nascosto e inconsapevole ricordo della bontà vissuta a contat-to con la casa del padre lo rende perennemente smanioso e insoddisfatto, ansioso senza un perché, anche se i porcili sono puliti e le ghiande gli vengono offerte su piatti abbondanti e dorati».[7]
La promessa del Regno di Dio che troviamo nel Vangelo, come il socialismo reale del Manifesto sono idee non più credute e attese. La profezia di Marx, come quella di Gesù sono fallite, sperate per un tempo, non realtà.[8] Questi mondi attesi e non realizzati sono stati abbandonati perché sostituiti da un vivere migliore rispetto al passato con una vecchiaia più serena; malattie e dolori alleviati da cure specifiche; la morte c’è ancora, è il processo della vita, ma viene alla fine ed è giusto che sia così. Il godi del presente, la giovinezza che dura più a lungo hanno svigorito o spento la salvezza del domani.
Nell’incubo di Ivan Karamazov il diavolo fa sentire la sue parole: «Secondo me non c’è nulla di distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità… Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo… Ognuno saprà di essere per intero mortale, senza risurrezione possibile, e accoglierà la morte con tranquilla fierezza, come un dio».[9]
Come è possibile credere ancora alla salvezza quando Dio è morto, da noi abbandonato, crocifisso e quando le nostre utopie sono fallite, il nostro progresso distrugge la casa comu-ne del pianeta terra, la nostra tecnologia ci ha dato l’illusione di conosce, ma anche di capire che conosciamo poco. Siamo inebriati sia del frutto della conoscenza per quello che sappiamo, pochi sentono il bisogno ancora di sapere, molti pensano di godere del prodotto, sia del frutto della vita sulla quale pensiamo di poter mettere le mani.
«L’assenza di Dio non scandalizza più nessuno, siamo troppo adagiati nelle nostre false sicurezze sociali, La stessa possibilità di credere sembra andare distrutta. Gli uomini – come diceva Heidegger – non sono più in grado di cercare Dio “perché non pensano più… hanno smesso di pensare, sostituendo al pensiero la chiacchiera che fiuta nichilismo ovunque ritiene che siano in pericolo le proprie opinioni. Questo accecamento presente di fronte al nichilismo autentico cerca così di stornare la propria angoscia davanti al pensiero. Ma questa angoscia non è che l’angoscia dinanzi all’ango-scia”[10]».[11]
All’inizio degli anni settanta, ero ancora studente in Francia quando si attendeva la pubblicazione dell’opera del fisico ateo Jean Monod. Lo scritto nell’ambiente che frequentavo non ha soddisfatto l’attesa. Vi leggiamo «L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il Regno e le tenebre».[12] J.P. Sartre, considerato il padre dell’esistenzialismo, almeno per quanto riguarda la sua divul-gazione, ha scelto le tenebre e dipinge nelle sue opere, con tinte tremende, l’angoscia della mancanza della speranza.
La Bibbia insegna che la vita eterna scaturisce dal cono-scere Dio e da Cristo Gesù. Ma questo scritto sembra che sia attorniato da un movimento mondiale che distoglie, altera, annichilisce, spegne la nozioni di Dio.
Come abbiamo detto nel XX secolo, dopo Auschwitz, Dio che era già stato tolto dalla creazione, con la teoria dell’evolu-zione, è stato eliminato dalla storia per le tragedie che si sono compiute. La teologia parlerà del suo silenzio, ma sebbene l’Eterno continui a operare nel tempo degli uomini, la sua opera, come nel passato, con più forte ragioni è discutibile, misteriosa. La sua Parola è ancora ciò che mantiene la speranza e indica la strada per conoscere Dio.
Le religioni che danno importanza a Dio, al rispetto che gli è dovuto, fanno di lui una realtà lontana e tendono a sviluppare un rapporto di fede legalista, intollerante, formalista, accentuando il fondamentalismo, l’autoritarismo teologico e politico.
Le religioni della solidarietà esprimono la condivisione della salvezza con un impegno nell’azione verso l’altro. Sottolineano la dimensione della giustizia, della solidarietà, della missione. Queste religioni umaniste, attive verso gli altri, i poveri, svilup-pano una azione policizzata per una giustizia sociale, un ecumenismo dove ognuno crede a ciò che vuole, la cui identità è data dal tutto.
Nelle religioni orizzontali, liberali, ognuno pensa, crede quello che vuole e come vuole, tutto ha diritto di cittadinanza. È giusto che sia così. Ognuno ha la sua divinità e in queste religioni non c’è alcuna verità oggettiva. Tutto è a livello dell’uomo il quale meditando in se stesso trova la forza e le norme sono quelle della propria ragione. La Scrittura sembra che siano valide nella misura in cui conferma il proprio sentire. L’individuo stabilisce come verità ciò che piace e non piace. Questa preferenza, come tutte le convinzioni e ideologie, giuste o sbagliate che siano, comporta impegno, rinuncia, sacrificio…
A queste religioni se ne aggiungono altre a sostegno della spiritualità, dell’attesa, dove tutto non è detto e compiuto. Presentano l’importanza della meditazione, dell’incontro con Dio e della contemplazione della creazione. Sono le religioni della terza dimensione, dell’interiore, molto simile alla precedente. Tutto viene dall’interno dell’uomo. Come la New Age. Dio è nell’uomo. La forza è nell’individuo. La persona esprime i propri carismi. Nell’ambito cristiano queste forme di religiosità riconosce quello che la Scrittura dice, ma “io” sento in me, tramite lo spirito, qualcosa d’altro. Ognuno esprime la propria autorità. Ognuno è autorità di se stesso. Tutto è soggettivo. È l’io che stabilisce il bene e il male.
Per contro la Scrittura presenta Dio come totalmente altro, è al di sopra,[13] ma ha qualcosa da dirci, da insegnarci. La sua Parola è normativa. Questo Dio che si nasconde, come diceva il profeta Isaia (45:15), non solo ha rivelato il senso della storia, ma è anche con noi, è l’Emmanuele che vive il nostro dramma, partecipa alla nostra morte. È il Dio che ci vuole salvare e lo possiamo incontrare nel fratello, nell’altro, nel prossimo, A lui possiamo fare anche spazio nella nostra anima, in quanto il nostro corpo può divenire il tempio di Dio e del suo Spirito (1 Corinzi 3:18; 6:19). La nostra coscienza può essere illuminata dal suo Spirito e la porta in armonia con quanto rivelato nella sua Parola.
Gesù diceva che la vita eterna è conoscere il Padre, che è il solo vero Dio, e il Figlio che egli ha mandato. Lo Spirito è colui che crea questa conoscenza.
Una persona che non ha sviluppato nella vita interiore la propria spiritualità è mancante di un aspetto della sua perso-nalità[14]. Troppi credenti sono tali come espressione verbale. Nella realtà avendo atrofizzato il proprio rapporto con il Creatore, manca in loro sia la dimensione di “Dio con noi”, sia quella del suo Spirito, “Dio in noi”, che è fonte di progresso, di crescita, di relazione con lui, e che realizza lo sviluppo dell’uomo a immagine del Creatore.
Il cristianesimo è una religione che si differenzia da tutte le altre. Permette all’uomo di fare l’esperienza dell’incontro con Dio, di ascoltare, conoscere la sua Parola, di esprimerla a livello sociale, di coltivare la propria relazione con lui, sentire la sua realtà nella propria vita.
[1] La maggioranza di questi movimenti sono apparsi nel XIX secolo, in concomitanza al costituirsi della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno quando prendeva coscienza della sua missione mondiale. Nello stesso periodo prima e dopo sorsero degli organismi religiosi che annunciando il ritorno di Gesù ne alteravano la corretta visione con insegnamenti dimostrati, da subito, non corrispondenti con il testo biblico e che oggi sono busines editoriali.
[2] GAROTA Daniele, Il coltello di Abramo, ed. Paoline, Milano 2003, p. 49.
[3] BERDJAEV N., Il senso della storia, Jaca Book, Milano 1977, p. 100.
[4] D. Garota, o.c., pp. 43-45.
[5] «Perché essa parla di cose temporali e parla di cose eterne». Enar. in Ps. 149,6.
[6] AGOSTINO, Le Confessioni, ed. Paoline, Alba 1967, p. 467.
[7] D. Carota, o.c., p. 56,57.
[8] RORTY R., Marx e Gesù: profezie fallite, necessità speranze, in MicroMega, 4/1998, p. 125.
[9] DOSTOEVSKIJ Fëdor M., I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano 1981, p. 680.
[10] HEIDEGGER M., Sentieri interrotti, Firenze 1968, p. 243.
[11] D. Garota, o.c., pp. 59,60.
[12] MONOD Jean, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1984, pp. 171,172.
[13] La Scrittura non presenta mai l’Eterno come lontano nello spazio e nel tempo.
[14] Per la Scrittura l’uomo si manifesta mediante tre dimensioni: fisica, corpo - soma; affettiva, psicologica e intellettuale, anima – psiche; spirituale – pneuma. Il non corretto sviluppo di uno di questi aspetti non risponde all’armonia del progetto originario di Dio. L’apostolo Paolo conclude la sua prima lettera ai tessalonicesi 5:23, con le parole: «Ora il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo». Dello sviluppo armonioso di Gesù, Luca (2:52) scrive: «Cresceva in sapienza (dimensione morale), in statura (dimensione fisica) e in grazia (dimensione spirituale) davanti a Dio e agli uomini».